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Perdono e accoglienza: la vita vissuta (e la lezione) di Pezzi

Perdono e accoglienza: queste le parole chiave nella testimonianza che Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca, domenica scorsa ha offerto nell’auditorium San Paolo di Frosinone, nell’ambito di una serata organizzata dal circolo culturale Giovanni Paolo II. L’ospite è stato introdotto e salutato dal vescovo Ambrogio Spreafico, che ha definito la presenza di Pezzi «un segno bello in un tempo così complicato» e rimarcandone l’impegno a testimoniare il Vangelo in un Paese grande e difficile.

Quella di Pezzi, sollecitato anche dalle domande di Angelica Fiorini che ha condotto l’incontro, è stata una testimonianza a cuore aperto, a partire dall’inizio del ministero sacerdotale e dall’incontro casuale sulle colline della sua Romagna con le parole di una suora, rimaste poi scolpita nella sua vita: “Io porto Colui che mi porta”. Quindi l’arrivo nella Siberia russa, missionario della Fraternità San Carlo, con un piccolo gregge ma un grande desiderio di accompagnare quella gente, capace di aspettare anche mesi un prete che portasse l’Eucarestia «e quale innamorato farebbe mai una cosa simile?». Quindi il dialogo ecumenico, i significativi gesti di una convivenza pacifica e rispettosa, come la traduzione della “Fratelli tutti” di papa Francesco da parte di alcuni intellettuali musulmani. Il tutto sempre con un impeto missionario «mentre oggi sembriamo aver dimenticato cos’è la missione, è diminuita la percezione di essere portati da Cristo. Ma quando  si è coscienti di essere portati, allora si può arrivare all’eroicità del perdono», ha aggiunto il presule, ricordando l’episodio di una donna che, dopo aver visto i suoi familiari uccisi, gli confidò di aver perdonato Stalin “altrimenti come farei a vivere?”.

Da qui all’accoglienza, nel dipanarsi del vissuto missionario di Pezzi, il passaggio è stato ed è ancora breve: «Faccio molta attenzione all’accoglienza, anche nel raccomandarla ai miei preti. Noi siamo dei poveretti, ma siamo stati veramente accolti. E allora amo curare il rapporto con la gente, perché nel mondo c’è un grave difetto di relazioni: si ha paura, oppure si vede nell’altro un potenziale nemico e allora si distrugge la relazione. Ho imparato a guardare l’altro come un amico, come quei senza tetto che ho incontrato a Mosca e non chiedevano soldi o vestiti ma qualcuno che si interessasse a loro, una persona con cui entrare in rapporto», ha chiosato Pezzi che tra l’altro nella prima decade di marzo sarà in libreria con “La diocesi di Mosca nella grande Russia”, scritto assieme al giornalista di Avvenire Riccardo Maccioni.