? Tra…boni e cattivi

Meeting, una lunga storia di amicizia

Avrei tante cose da dire sul Meeting di Rimini – esperienza che torno a frequentare sempre con piacere – ma, a parte il fatto che un mio eventuale “pistolotto” non credo interessi alcuno, l’unica parola che mi viene in mente adesso è “amicizia”.

Sì, AMICIZIA. E non solo perché è parola iscritta nel dna di questa intuizione – “Meeting per l’amicizia fra i popoli” è la dicitura completa della kermesse riminese – ma perché è quello che sperimento ogni volta tra quei padiglioni della fiera.

Amicizia con quelli che incontri e mai ha conosciuto prima; amicizia con quelli che ritrovi (spesso una sola volta l’anno, proprio al Meeting); amicizia con quelli che sono tuoi amici – anche di questa esperienza di fede – e che al Meeting ogni volta ri-scopri più veri, più umani, più amici: in fila per una mostra, ai tavolini dei punti-ristoro (e ogni volta quante simpatiche discussioni su quale scegliere), tra i volumi della grande libreria.

Se non ci fosse questa cifra dell’amicizia, credo che il Meeting non avrebbe raggiunto la… cifra delle 40 edizioni. E aspetto con ansia di ripercorrere questa storia anche grazie al libro del caro amico Salvatore Abbruzzese che esce proprio in questi giorni.

Ecco perché anche quest’anno andrò (pochi giorni, e non senza grandi sacrifici, ma basteranno a ricaricare le pile) per fare questo “pieno” di amicizia. Grato a don Giussani per aver gettato il seme anche su questa terra, poi fecondata da tanti, in operoso silenzio: le polemiche le lascio a chi non sa altro, a quelli che ancora scrivono sui social “cloro al clero”, ai colleghi giornalisti che già preparano paginate di “comunione e fatturazione”.

Ora et labora. Ma anche “lege”, “et noli contristari”

Da ultimo, mi sto di nuovo appassionando alla cultura e alla regola (di vita, di vite) che discende dalla… Regola di san Benedetto. Già toccata anni fa, stavolta voglio approfondirla meglio.

Davanti all’ora et labora, però, mi fermo sempre, impietrito. E ancor di più mi piace la formula dell’ora et labora e lege. Per qualche studioso, i termini andrebbero addirittura invertiti: ora, lege et labora. Come dire che, fermo restando la centralità della preghiera, il lege – lo studiare – viene prima dell’ultimo tassello di questo dettato.

Che poi, ultimo neppure sarebbe, secondo l’aggiunta del <et noli contristari>: non scoraggiarti, non farti prendere dalla sfiducia.

Ecco, forse oggi abbiamo bisogno anche di quel “lege”, di quel “et noli contristari”. Solo che spesso ce ne dimentichiamo o, peggio, neppure ce ne rendiamo conto.

Che delusione il Sud della Laurito

La serata a teatro è stata sì piacevole, ma per la bella gente incontrata prima, durante e dopo, e le folate di aria fresca dalle alture ciociare. Perché poi, di teatro, s’è visto davvero pochino. Non certo per demerito dell’ iniziativa “Teatro tra le porte” (una rassegna all’aperto e gratuita voluta dal Comune di Frosinone anche come rilancio del centro storico) quanto piuttosto per il fatto che lo spettacolo proposto ier sera ha davvero deluso le aspettative: “Nuie simmo d’o’ Sud” con Marisa Laurito ha “regalato” un’oretta di noia e pochi spunti artistici, a parte l’esibizione di Charlie Cannon, artista dell’Alabama da decenni in Italia (ha scritto anche per grandi cantanti ed è stato vocalist dell’ultimo tour europeo dei Platters) che da spalla dell’artista napoletana in realtà in diversi frangenti è andato a prendersi tutta la meritata scena.

Lo spettacolo si proponeva come un viaggio nel Sud d’Italia – forse anche con la pretesa di investire i Sud del mondo – attraverso canzoni e monologhi della Laurito, tra la strabordante canzone napoletana e contaminazioni d’oltre Oceano Ma, fatto salvo il giusto e commosso tributo all’amico di sempre Luciano De Crescenzo, la signora Laurito è apparsa giù di tono, complice anche una scenografia misera; immaginiamo che lo spettacolo “vero” abbia un’orchestra e qualche cambio di scena, ma ieri sera, oltre alla Laurito e a Cannon, sul palco solo il bravo Maestro Marco Persichetti al pianoforte.

La Laurito ha cantato dall’inizio alla fine, ma forse senza scaldare la voce, il cui timbro – peraltro impostato ma non originalissimo – ha dato il meglio solo dopo una mezzora abbondante di repertorio.

Anche i – pochi – testi, sono sembrati di una scontatezza unica e di una povertà lessicale a tratti anche imbarazzante per chi stava lì ad ascoltare. Testi che peraltro sia la Laurito che Cannon hanno fatto mostra di leggere continuamente, forse perché lo spettacolo non veniva rappresentato da tempo, per ammissione della stessa artista napoletana. L’impressione di chi scrive è che lo spettacolo non si sia neppure immerso nel contesto in cui è stato rappresentato: certo, non sei tenuto a sapere che Frosinone pullula di lavanderie a gettone, ma se mi fai la battuta sui panni stesi, poi ti tieni il silenzio glaciale che ne consegue (stesso dicasi per le battute sul calcio, che almeno hanno risparmiato ai presenti il coretto del Maradona è meglio ‘e Pelè).

Altri due esempi: il “pistolotto” iniziale sui luoghi comuni del Sud, lodevole nelle intenzioni, è stato un susseguirsi di… luoghi comuni. E l’intermezzo dedicato al grande Luciano De Cresenzo, con una miscellanea di citazioni e battute divertenti, è andato a pescare nello scontato e strasentito.

Il numeroso e inizialmente ben disposto pubblico, lo abbiamo visto andar via in gran parte deluso, dopo essersi raramente (diciamo 100-150 spettatori su quasi duemila presenti) lasciato trascinare dai battimani sui motivetti più noti del repertorio napoletano.

Ovviamente la signora Marisa, fermo restando che con la sua carriera non ha bisogno di dimostrare niente, merita una prova e un spettacolo d’appello. Magari ne riparliamo a “Teatro tra le porte” del 2020.

 

Rime, pagliaccio

E’ sempre troppo poco

quest’ultimo mio gioco:

spengo tutte le fiamme

ma rimane sempre il fuoco.

 

Riprendo a camminare, nella vita

col fuoco tra le dita:

e faccio strane facce

all’anima sopita.

 

E se il fuoco lo spengo col ghiaccio?

Provo, dopo stagioni all’addiaccio

Ma è finale di fiaba inventata

E mi ritrovo, al solito, pagliaccio.

 

(luglio 2019, terra di Ciociaria)