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Igor Traboni - Giornalista per passione (e un po' anche per necessità)

Gattuso, davvero un Mister

I SIGNORI DEL CALCIO – Gennaro Gattuso

Il Frosinone va a San Siro già retrocesso, il Milan si gioca un posto in Champions. Il Frosinone gioca molto bene, nel secondo tempo “rischia” anche di passare in vantaggio, ma Donnarumma para un rigore. Poi il Milan vince 2-0 ma soffre.

Al termine, un altro allenatore avrebbe bofonchiato, del tipo: “Ma questi cosa volevano? Ma perché se la sono giocata?…”.

Gennaro Gattuso no: lui  ha fatto i complimenti al Frosinone per essersela giocata, perché lo sport è così, è questo.

Gennaro Gattuso, il Mister, un signore per davvero, che in Grecia dava i soldi ai giocatori senza stipendio da mesi; che con il Pisa in trasferta non si vergognava di andare anche in alberghi a una stella, con il club in grosse difficoltà economiche.

Gattuso, uno da Champions. Comunque.

 

E’ qui la festa!, per un nuovo prete

La diocesi accoglie un nuovo sacerdote. E altri ne verranno, con la preghiera e la vicinanza a tutti i preti

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Campane a festa l’8 e il 9 giugno nella nostra Chiesa di Anagni-Alatri, per l’ordinazione e la prima Messa di Rosario Vitagliano. Perché è festa – autentica, coinvolgente, gioiosa – ogni volta che un giovane accetta di donarsi per sempre al Signore, di mettersi a disposizione del prossimo. E non è solo una “cosa da preti”: visto come vanno le cose, dovremmo (dobbiamo!) essere soprattutto noi laici a gioire per un dono del genere, perché spesso – soprattutto quando ne abbiamo bisogno – facciamo fatica a trovare quella figura di riferimento che solo un sacerdote sa essere. <Sacerdoti santi>, come ripetevano le nostre nonne nelle giaculatorie; e come sono nel 99,9% dei casi. Anche se poi “la gente” si ferma maldestramente allo scandalo dato dallo 0,1%. Ma non è neppure questo il dato importante, come pure non è questione di numeri; certo, il calo delle vocazioni è reale, però l’inversione di tendenza può partire solo da noi: con la preghiera e con la vicinanza ai nostri sacerdoti (invece di star lì con il dito puntato se ritarda 5 minuti, se non risponde al telefono, se la processione passa in quella strada piuttosto che sotto casa nostra, ecc ecc).

Nella nostra diocesi la pastorale vocazionale da qualche tempo, per volere del vescovo Lorenzo Loppa, è stata unita a quella giovanile e i frutti, ne siamo certi, presto arriveranno, anche se il contesto generale non è facile: i giovani (come rimarcato dal responsabile di questa pastorale, don Luca Fanfarillo, in un servizio apparso di recente sulla pagina diocesana di Avvenire) hanno altri interessi ed è difficile farli fermare a riflettere; anche le famiglie oggi sono alle prese con mille altri problemi e figuriamoci se un giovane può crescere in santità tra le mura domestiche. Eppure, il padrone della messe continuerà a mandare operai nella Sua messe. Come Rosario, come Antonello che si prepara, come tutti i don che verranno.

Folle poesia

(come un autoritratto, all’isola che si specchia nell’isola)

 

Dell’ironia

ho fatto la vita mia,

viaggiatore folle

delle parole altrui.

 

Ricordo i bambini d’India:

non avevano sogni,

non avevano da mangiare.

Assieme a loro

Ho mangiato sogni

Duri da digerire

Nella pancia piena

Di una strana follia:

al dente, ben cotta, col ragù.

In bianco, rosolata, fritta e dorata,

un filo d’olio appena mi raccomando,

lo vorrei basso questo pane, anzi alto,

con poca crosta, tanta mollica:

ecco le vostre follie

da discount dell’abbondanza.

 

Poi c’era mia nonna

E la sua lucida follia

Del sabato mattina

Al mercato di Ceprano,

un carrello sempre troppo pieno

da tirare, e tirare a campare

una vita lunga di passioni.

Il giorno dopo, le campane

di una Messa lunga una vita.

 

Poi è arrivato mio figlio:

una notte ha chiamato sotto voce

dalla stanza di macchinette

e mostri per gioco,

ha chiesto permesso per addormentarsi

tra i guanciali di famiglia:

<voglio stare con voi

perché ho fatto un brutto sogno>.

Lo svegliavo

e nel mondo non c’era più

neppure un briciolo di follia.

 

Per il resto,

resta poco da dire:

mi chiamano giornalista,

penna d’oro, pennivendolo,

scansafatiche.

Ma che dite?:

sono solo il folle di prima.

E viaggio a folle

Per sentire il vento in faccia

e fare pernacchie alla gente.

Che poi il vento

mi rimanda in faccia.

 

Le ultime lezioni… non finiscono mai

Di nome sì che lo conoscevo Giovanni Montanaro, nel senso che su di lui avevo letto cose “altre”, ovvero parole di considerazione da parte di critici e recensori che amo seguire. Ma direttamente no, ancora niente di suo avevo letto, prima di questo piacevole, sorprendente “Le ultime lezioni”, edito da Feltrinelli (euro 15).

Dire che l’ho letto in una giornata è dire poco: ne è bastata una mezza o poco più di giornata, compresi due viaggi in treno da e per Roma, interminabili per via di tutte le fermate (comprese quelle dove continua a non salire o scendere anima viva) e col rumore delle parole del libro a placare quella dell’aria condizionata, che non sortisce alcun risultato se non quello di tempestare le orecchie dei poveri viaggiatori (lettori e non lettori).

E’ la storia di Jacopo e di un suo prof, il Costantini, che il ragazzo ha la fortuna di avere al liceo, anche se solo per un anno. Eppure quei pochi mesi bastano per lasciare il segno, sia nel discente che nel docente: il primo farà di tutto per ritrovarlo, dopo che il prof, una volta morta la moglie, si ritira nell’isola veneziana di Sant’Erasmo. Jacopo imparerà ad assorbire tutta la vita che c’è da quell’uomo, perfino dalla poca vita di quella figlia. E quel ragazzo, poi avviato verso una bella carriera da manager su ambiti economici più che letterari, farà di quell’isola – ma soprattutto dei suoi due abitanti – il suo rifugio: l’isola che c’è (con un finale a sorpresa, che ovviamente non va svelato).

La scrittura di Montanaro è sapidamente nervosa, a scatti per alcuni tratti, ma ammaliante per tutto il resto del tragitto del libro.

La Venezia che conosciamo e che non conosciamo, fa da contraltare a queste pagine, e finisci per innamorarti (pur continuando a preferire la laguna raggiunta da Malcontenta) anche del paesaggio assai riservato di Sant’Erasmo.

In ricordo di un Amico

Ieri sono stato ad un convegno sulla santità laicale: figure straordinarie di giovani, di studenti, di mamme, papà e professionisti che hanno santificato il loro vivere, nella quotidianità. Mentre i relatori parlavano, a me ogni tanto (spesso…) tornava in mente la figura del mio amico Gianni Astrei, a 10 anni esatti dalla nascita al Cielo. E pensavo: la santità della porta accanto, come dice papa Francesco, è proprio quella che ha vissuto Gianni. Sposo e padre esemplare, professionista come pochi altri, a me aveva fatto il dono dell’Amicizia. E solo lui sapeva donarla, senza nulla chiedere e tanto meno pretendere.

Per un periodo – purtroppo breve ma davvero intenso – ci siamo frequentati, tra la preparazione del primo Fiuggi Family Festival e la presentazione di alcuni libri. Ma era nei momenti “ordinari” che Gianni lasciava esplodere tutto il Bene che aveva dentro: se gli chiedevi un consiglio sui rapporti con tuo figlio, lui c’era; per un’emergenza lavorativa, sapeva come aiutarti; perfino in vista di una consultazione elettorale – lui che della Politica aveva fatto davvero un Servizio – riusciva a trovare la direzione giusta. La bussola che aveva, d’altro canto, era quella dell’Amore, la sola che non smarrisce mai la strada.

Potrei raccontare decine di episodi, ma il groppo in gola, ancora oggi, 10 anni dopo, è di quelli che non ti fanno andare avanti. E comunque, l’immagine che più mi torna in mente è quella che non ho visto, ma che sento vicina più di ogni altra: mi hanno raccontato che, mentre giaceva in fondo a quel crepaccio, con le ultime forze che gli restavano, Gianni chiese ad un parente, al telefonino, di recitare insieme il Rosario: nella tristezza, mi consola il fatto che sarà entrato in Paradiso accompagnato direttamente dalla Madre Celeste.