Quei tanti Pellissier. Come Ignazio Abate

Ieri al Tg5 è passato un servizio – di lacrime e colore – sugli addii al calcio o comunque alle squadre dove s’è giocato per anni, per decenni: De Rossi, Barzagli, anche Pellissier del Chievo, ovvero l’attaccante che con i suoi gol – ma ancor prima con l’attaccamento alla maglia per quasi 20 stagioni – ha fatto diventare un quartiere di Verona una realtà del calcio che conta.

E’ però mancato un riferimento ad Ignazio Abate, che pure domenica scorsa ha giocato a San Siro l’ultima con la maglia del Milan in quello stadio. E lacrime, e cori dei tifosi, com’è giusto che fosse.

Non ho sotto mano le statistiche, ma credo che Abate abbia vinto più di Pellissier. E comunque non è questo quello che conta. Perché continuiamo ad innamorarci del calcio proprio perché giocano tanti Pellissier. Come Ignazio Abate.

 

Gattuso, davvero un Mister

I SIGNORI DEL CALCIO – Gennaro Gattuso

Il Frosinone va a San Siro già retrocesso, il Milan si gioca un posto in Champions. Il Frosinone gioca molto bene, nel secondo tempo “rischia” anche di passare in vantaggio, ma Donnarumma para un rigore. Poi il Milan vince 2-0 ma soffre.

Al termine, un altro allenatore avrebbe bofonchiato, del tipo: “Ma questi cosa volevano? Ma perché se la sono giocata?…”.

Gennaro Gattuso no: lui  ha fatto i complimenti al Frosinone per essersela giocata, perché lo sport è così, è questo.

Gennaro Gattuso, il Mister, un signore per davvero, che in Grecia dava i soldi ai giocatori senza stipendio da mesi; che con il Pisa in trasferta non si vergognava di andare anche in alberghi a una stella, con il club in grosse difficoltà economiche.

Gattuso, uno da Champions. Comunque.

 

E’ qui la festa!, per un nuovo prete

La diocesi accoglie un nuovo sacerdote. E altri ne verranno, con la preghiera e la vicinanza a tutti i preti

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Campane a festa l’8 e il 9 giugno nella nostra Chiesa di Anagni-Alatri, per l’ordinazione e la prima Messa di Rosario Vitagliano. Perché è festa – autentica, coinvolgente, gioiosa – ogni volta che un giovane accetta di donarsi per sempre al Signore, di mettersi a disposizione del prossimo. E non è solo una “cosa da preti”: visto come vanno le cose, dovremmo (dobbiamo!) essere soprattutto noi laici a gioire per un dono del genere, perché spesso – soprattutto quando ne abbiamo bisogno – facciamo fatica a trovare quella figura di riferimento che solo un sacerdote sa essere. <Sacerdoti santi>, come ripetevano le nostre nonne nelle giaculatorie; e come sono nel 99,9% dei casi. Anche se poi “la gente” si ferma maldestramente allo scandalo dato dallo 0,1%. Ma non è neppure questo il dato importante, come pure non è questione di numeri; certo, il calo delle vocazioni è reale, però l’inversione di tendenza può partire solo da noi: con la preghiera e con la vicinanza ai nostri sacerdoti (invece di star lì con il dito puntato se ritarda 5 minuti, se non risponde al telefono, se la processione passa in quella strada piuttosto che sotto casa nostra, ecc ecc).

Nella nostra diocesi la pastorale vocazionale da qualche tempo, per volere del vescovo Lorenzo Loppa, è stata unita a quella giovanile e i frutti, ne siamo certi, presto arriveranno, anche se il contesto generale non è facile: i giovani (come rimarcato dal responsabile di questa pastorale, don Luca Fanfarillo, in un servizio apparso di recente sulla pagina diocesana di Avvenire) hanno altri interessi ed è difficile farli fermare a riflettere; anche le famiglie oggi sono alle prese con mille altri problemi e figuriamoci se un giovane può crescere in santità tra le mura domestiche. Eppure, il padrone della messe continuerà a mandare operai nella Sua messe. Come Rosario, come Antonello che si prepara, come tutti i don che verranno.

Folle poesia

(come un autoritratto, all’isola che si specchia nell’isola)

 

Dell’ironia

ho fatto la vita mia,

viaggiatore folle

delle parole altrui.

 

Ricordo i bambini d’India:

non avevano sogni,

non avevano da mangiare.

Assieme a loro

Ho mangiato sogni

Duri da digerire

Nella pancia piena

Di una strana follia:

al dente, ben cotta, col ragù.

In bianco, rosolata, fritta e dorata,

un filo d’olio appena mi raccomando,

lo vorrei basso questo pane, anzi alto,

con poca crosta, tanta mollica:

ecco le vostre follie

da discount dell’abbondanza.

 

Poi c’era mia nonna

E la sua lucida follia

Del sabato mattina

Al mercato di Ceprano,

un carrello sempre troppo pieno

da tirare, e tirare a campare

una vita lunga di passioni.

Il giorno dopo, le campane

di una Messa lunga una vita.

 

Poi è arrivato mio figlio:

una notte ha chiamato sotto voce

dalla stanza di macchinette

e mostri per gioco,

ha chiesto permesso per addormentarsi

tra i guanciali di famiglia:

<voglio stare con voi

perché ho fatto un brutto sogno>.

Lo svegliavo

e nel mondo non c’era più

neppure un briciolo di follia.

 

Per il resto,

resta poco da dire:

mi chiamano giornalista,

penna d’oro, pennivendolo,

scansafatiche.

Ma che dite?:

sono solo il folle di prima.

E viaggio a folle

Per sentire il vento in faccia

e fare pernacchie alla gente.

Che poi il vento

mi rimanda in faccia.