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QUESTO E’ IL TEMPO

Questo è il dolore che non si vede:

occhi negli occhi non bastano.

E’ il dolore che non si sente:

grida urlate nel silenzio.

E’ l’odore di morte che si vede

negli sguardi a lagrimare da soli.

E’ l’odore di morte che si sente

nei brividi dell’impercettibile tremore.

Questo è l’amore che non viene,

forse fermo ai piedi di una Croce

fatta e sfatta

di assi di legno e speranza

battute coi chiodi nell’odio

e del ferro rovente di eserciti

di egoismo armati.

E’ un tempo che non passa

quando tutto passerà.

(marzo 2021)

 

RAGGOMITOLATI PENSIERI

Spaziando tra i raggomitolati

pensieri

quel dire d’amore

non l’ho trovato:

mancava (cercavo) questo

per farmi uomo,

per farvi prossimo.

 

Quel dire d’amore

non l’ho pronunciato:

parole (ma poi solo silenzi) da gridare

per colmare il vuoto,

per svuotare l’egoismo.

 

Quel dire d’amore

non ho viaggiato:

treni aerei navi (fermi) nei mondi

per incontrare le albe,

per non far tramontare i sorrisi.

 

Cardamone ci stupisce ancora (e sempre)

Prendendo in prestito il titolo di questa sua nuova raccolta di poesie, potremmo dire senza ombra di dubbio che Alfonso Cardamone “ci stupisce ancora”, trascinandoci sì un’altra volta nei meandri di una poetica che oramai ci picchiamo di conoscere, ma lasciando sulla pagina una serie di impressioni nuove, o almeno non del tutto enucleate nelle raccolte precedenti.

Perché in questa “degli stupori ancora”, uscita per i tipi della cosentina “Luigi Pellegrini Editore”, ritornano in maniera centrale il mare e la notte – come argomenta in maniera sicuramente più calzante del sottoscritto l’amico Marcello Carlino nella prefazione – ma di entrambi Alfonso Cardamone offre ora prospettive diverse e inedite. Più che la notte, stavolta Alfonso squarcia il velo di tanta oscurità della “nottenottenottenotte”, titolo di una delle poesie che abbiamo trovato più coinvolgenti-avvolgenti, e che fa così: “a volte non c’è altro/da dire quando arriva/la notte che balbettare/nottenottenottenotte/perché arduo appare il guado/e l’eco rimbomba e ci sovrasta”. 

Giocando con le parole, più che la notte, Cardamone scopre la verità, e dunque la necessità, di quelle notti che mai ci consentono di dormire: perché non vadano sprecate, perché i sogni non svaniscano con l’ennesima alba, neppure “al crepuscolo inquieto delle veglie”, altro componimento da dieci e lode, che invece fa così: “al crepuscolo inquieto delle veglie/il battere alle porte della notte/scardina il tempo l’eco confusa/di regioni altre mentre i sogni/interrogano dal fondo”.

E poi c’è il mare: eterno, vasto come la vita, pescoso per l’hobby di Alfonso con le ore di una canna piantata sul bagnasciuga di Sabaudia, ma pescoso assai di più di parole che si fanno versi: “là dove riposa il mare/là screziando nasce il cielo/dietro abbaglianti schermi/la vita schiumando scorre”.

Ecco, c’è anche in questa raccolta nuova dell’amico Alfonso anche un gran senso della vita che scorre, immaginiamo per l’ineluttabile dato anagrafico: qui il Poeta è un tutt’uno con l’Uomo che mi picco di conoscere da decenni, che non trova appigli di speranza, tanto meno di quella cristiana, e quest’ultima forse neppure cercata. Piuttosto s’attovaglia (ma non si imbavaglia) attorno ad una “laicità libertaria”, altro titolo di una sua poesia, che per fortuna – sua e anche nostra – non è laicismo esasperato, ridotto a inutile poltiglia politica. No, Alfonso Cardamone è d’altra pasta e di altri e alti Versi: è lo stupore di lasciarsi davvero stupire anche da “la bellezza breve”, la poesia per noi davvero più compiuta di questa deliziosa raccolta: “vivere in un bungalow/affacciato al mare/il mattino il sole dritto/negli occhi lo scoglio/è piatto unico e sconfinato/territorio è possibile solo/se invasi d’amore”.

 

LE ISOLE D’INVERNO

Neve a Ventotene – Foto Antonio Santomauro, ansa.it

Ora, d’inverno,

le mie isole

stanno affogate

nei ricordi.

Pallidi i raggi

e accese le malinconie,

e sbuffano i pochi viaggiatori

del deserto mare:

li vorrei ancora vocianti

a rincorrere bambini da spiaggia

e silenzi post prandiali.

Le mie isole

stanno accartocciate

sotto lune di improvviso chiarore,

a randellare speranze

per noi, gabbiani che non ritroveremo

la stessa terra mai ferma.

Queste mie isole

cercano il vento che tremare fa

un amore.

E tutti gli amori estivi

cambiano stagione

e si fanno stagione infinita

(della vita)

ora, in inverno, sulle mie isole.

FOGLI BIANCHI

Speranze capovolte

nel fondo del bicchiere per brindare

a spumante dolce:

è l’amaro che resta.

 

Fossi un pittore brucerei

tele su tele:

solo fogli bianchi,

imberbi amici,

accompagnano il silenzio;

e di tutta la strada

resta solo un tratto

(è la vita che maltratta,

prima che il foglio di bianco

– e dolce, e chiassoso –

torni a riempirsi).

PRIMA CHE FACCIA BUIO

Vorrei saper scrivere una poesia alla sera,

stringere quell’ultima mano a mio padre,

baciare le guance di un figlio grande.

Vorrei riuscire a camminare i passi perduti,

perdere di nuovo le cose inutili

(e inutilmente ritrovate),

squadrare a perfezione quei difficili fogli

(d’album e di scuola),

danzare su un pallone che rotola

e star fermo a godermi un gol alla vita.

Vorrei richiamare voci dimenticate,

mendicare affetti ai bambini d’India,

riattaccare francobolli su cartoline ingiallite.

E piangere di gioia alla gioia smisurata

(e basta lacrime amare,

che amare non basta mai).

Vorrei saper scrivere una poesia alla sera,

prima che faccia buio.

NOTTI (di te)

Dammi notti che conoscano ancora

il giorno.

Notti attraversate dal suo respiro,

sempre uguale eppure così diverso.

Notti di sogni da raccontare

quando quel giorno è già avanti

e spesso mancano parole

(i sogni invece non mancano mai).

Notti finite, nell’infinito del suo sguardo

e poi notti di luna piena, nel vuoto attorno

che solo lei riempie.

Notti di guanciali sfatti, col capo che riposa

su pensieri odorosi di vita.

 

Di queste altre notti, invece,

ho paura:

nel grande letto una piazza sola

ha il mio corpo, e non basta,

perché ho il respiro corto,

i sogni si fanno incubi,

(e il buio resta)

e neanche la luna

ha pietà della solitudine del finito

se tu non t’addormenti con me.

 

SOFFIA LA VITA

Questo soffio di vita

è un bel dire (ma non è ancora dare)

 

L’abbraccio della sera

è soglia della veglia (ché di dormire manca la voglia)

 

Il pianto di un bambino

è felicità di un padre (con gli occhi del cuore di una madre)

 

Io scrivo intanto di strane cose

per non dare alle cose

l’essenza della vita,

che già si fa sera

di stanco padre.