Archivi categoria: Poesie

I NOSTRI GIORNI NEI GIORNI NOSTRI

Qui non si vede più il cielo

dei giorni nostri,

attese vane a vaneggiare estati

di amori sconfinati,

e il poco diventava tanto

a temperare matite dai colori

uno diverso dall’altro, e dalla vita.

Ragazzi perduti nei desideri

ad alitare forte

quel fiato della speranza debole,

aggrappati alla fortezza

di vita che cercava la roccia.

Sogni di cassetti tenuti aperti,

nell’aperto di un prato a farsi

rincorrere, bendati nel buio,

dalle lucciole di ansimi intermittenti.

E latrati di cani lontani,

che poi stare vicini

non era mai abbastanza.

**********

Ora, stracarichi di rughe e vettovaglie,

ecco l’eco dei nostri giorni

intabarrati dai ricordi,

sfumati nel fumo di tante stagioni fa.

(Luglio 2021)

ACQUA CHETA

E quando il silenzio non basta

neppure più al tuo

(di silenzio che dà rumore)

è il tempo forse

di rimettersi a tacere

Chi t’ha usato le parole,

vertigini d’amori illusi,

ha setacciato anima e cuore,

prima di un addio

(e ogni addio sa di vertigine d’illuso amore)

Chi t’ha ammansito le strade,

meandri d’affetti cercati,

ha spiluccato briciole e lauti pranzi,

prima dell’arsura.

E ogni sete

cerca la fonte dell’acqua cheta.

SENZA MEZZERIA (nella curva dei ricordi)

Le tue storie, di fantasie

annichilite, hanno portato via

quella via che era la mia.

 

Adesso, sempre più spesso,

magari ti fermi

a prendere la rincorsa

dei ricordi.

 

L’autostop della vita

ti ha fatto scendere

alla curva senza mezzeria,

a smezzare i sentimenti altrui:

fossi di parole come ruote capace,

almeno una volta,

un muro

di nero imbratterei.

MI CADONO I PENSIERI

Aggrappati alla primavera

che non viene

stanno

silenziosi di speranze,

urlanti di malinconie.

Ordine sparso, d’emozioni raccolte

in libri polverosi: non leggo più

i cartelli

sui meandri del cuore.

Cadono, a grappoli, uve

amare di ricordi pigiati.

E correvo bambino

per fermarmi da adulto.

(aprile 2021)

QUESTO E’ IL TEMPO

Questo è il dolore che non si vede:

occhi negli occhi non bastano.

E’ il dolore che non si sente:

grida urlate nel silenzio.

E’ l’odore di morte che si vede

negli sguardi a lagrimare da soli.

E’ l’odore di morte che si sente

nei brividi dell’impercettibile tremore.

Questo è l’amore che non viene,

forse fermo ai piedi di una Croce

fatta e sfatta

di assi di legno e speranza

battute coi chiodi nell’odio

e del ferro rovente di eserciti

di egoismo armati.

E’ un tempo che non passa

quando tutto passerà.

(marzo 2021)

 

RAGGOMITOLATI PENSIERI

Spaziando tra i raggomitolati

pensieri

quel dire d’amore

non l’ho trovato:

mancava (cercavo) questo

per farmi uomo,

per farvi prossimo.

 

Quel dire d’amore

non l’ho pronunciato:

parole (ma poi solo silenzi) da gridare

per colmare il vuoto,

per svuotare l’egoismo.

 

Quel dire d’amore

non ho viaggiato:

treni aerei navi (fermi) nei mondi

per incontrare le albe,

per non far tramontare i sorrisi.

 

Cardamone ci stupisce ancora (e sempre)

Prendendo in prestito il titolo di questa sua nuova raccolta di poesie, potremmo dire senza ombra di dubbio che Alfonso Cardamone “ci stupisce ancora”, trascinandoci sì un’altra volta nei meandri di una poetica che oramai ci picchiamo di conoscere, ma lasciando sulla pagina una serie di impressioni nuove, o almeno non del tutto enucleate nelle raccolte precedenti.

Perché in questa “degli stupori ancora”, uscita per i tipi della cosentina “Luigi Pellegrini Editore”, ritornano in maniera centrale il mare e la notte – come argomenta in maniera sicuramente più calzante del sottoscritto l’amico Marcello Carlino nella prefazione – ma di entrambi Alfonso Cardamone offre ora prospettive diverse e inedite. Più che la notte, stavolta Alfonso squarcia il velo di tanta oscurità della “nottenottenottenotte”, titolo di una delle poesie che abbiamo trovato più coinvolgenti-avvolgenti, e che fa così: “a volte non c’è altro/da dire quando arriva/la notte che balbettare/nottenottenottenotte/perché arduo appare il guado/e l’eco rimbomba e ci sovrasta”. 

Giocando con le parole, più che la notte, Cardamone scopre la verità, e dunque la necessità, di quelle notti che mai ci consentono di dormire: perché non vadano sprecate, perché i sogni non svaniscano con l’ennesima alba, neppure “al crepuscolo inquieto delle veglie”, altro componimento da dieci e lode, che invece fa così: “al crepuscolo inquieto delle veglie/il battere alle porte della notte/scardina il tempo l’eco confusa/di regioni altre mentre i sogni/interrogano dal fondo”.

E poi c’è il mare: eterno, vasto come la vita, pescoso per l’hobby di Alfonso con le ore di una canna piantata sul bagnasciuga di Sabaudia, ma pescoso assai di più di parole che si fanno versi: “là dove riposa il mare/là screziando nasce il cielo/dietro abbaglianti schermi/la vita schiumando scorre”.

Ecco, c’è anche in questa raccolta nuova dell’amico Alfonso anche un gran senso della vita che scorre, immaginiamo per l’ineluttabile dato anagrafico: qui il Poeta è un tutt’uno con l’Uomo che mi picco di conoscere da decenni, che non trova appigli di speranza, tanto meno di quella cristiana, e quest’ultima forse neppure cercata. Piuttosto s’attovaglia (ma non si imbavaglia) attorno ad una “laicità libertaria”, altro titolo di una sua poesia, che per fortuna – sua e anche nostra – non è laicismo esasperato, ridotto a inutile poltiglia politica. No, Alfonso Cardamone è d’altra pasta e di altri e alti Versi: è lo stupore di lasciarsi davvero stupire anche da “la bellezza breve”, la poesia per noi davvero più compiuta di questa deliziosa raccolta: “vivere in un bungalow/affacciato al mare/il mattino il sole dritto/negli occhi lo scoglio/è piatto unico e sconfinato/territorio è possibile solo/se invasi d’amore”.

 

LE ISOLE D’INVERNO

Neve a Ventotene – Foto Antonio Santomauro, ansa.it

Ora, d’inverno,

le mie isole

stanno affogate

nei ricordi.

Pallidi i raggi

e accese le malinconie,

e sbuffano i pochi viaggiatori

del deserto mare:

li vorrei ancora vocianti

a rincorrere bambini da spiaggia

e silenzi post prandiali.

Le mie isole

stanno accartocciate

sotto lune di improvviso chiarore,

a randellare speranze

per noi, gabbiani che non ritroveremo

la stessa terra mai ferma.

Queste mie isole

cercano il vento che tremare fa

un amore.

E tutti gli amori estivi

cambiano stagione

e si fanno stagione infinita

(della vita)

ora, in inverno, sulle mie isole.

FOGLI BIANCHI

Speranze capovolte

nel fondo del bicchiere per brindare

a spumante dolce:

è l’amaro che resta.

 

Fossi un pittore brucerei

tele su tele:

solo fogli bianchi,

imberbi amici,

accompagnano il silenzio;

e di tutta la strada

resta solo un tratto

(è la vita che maltratta,

prima che il foglio di bianco

– e dolce, e chiassoso –

torni a riempirsi).