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La gioia di noi tifosi fa sempre rumore

Questo “La gioia fa parecchio rumore” di Sandro Bonvissuto (Einaudi) è un libro che parla di Roma, intesa come squadra di calcio. Ma non è un libro di calcio e/o sul calcio, piuttosto è un libro sulla vita, reale e irreale (che spesso sono la stessa cosa, faccia di un’unica medaglia), e siccome il calcio fa parte della vita… Ma soprattutto questo è un bel libro, che si legge con una facilità straordinaria, come una bella manovra orchestrata da difesa, centrocampo e attacco, fino al “gol” del finale, pagina dopo pagina, azione dopo azione. E’ uno dei libri più belli che mi sia capitato di leggere in questa stagione da rinchiusi dentro casa, in una “stagione” calcistica (oramai due) in verità appannata, senza i rumori e gli odori dello stadio. Ma un bel po’ hanno provveduto queste pagine di Bonvissuto a restituirmeli.

Il libro è “profondo”, nel senso migliore del termine, e dunque – di converso – niente affatto banale, alla faccia di tutti quelli che accostano il football alla banalità e reputano banali (e quindi anche sfaccendati o scansafatiche) i tifosi di calcio.

Queste pagine sono la storia di un tifo assai particolare, quello per la Roma: particolare come lo è l’affezione per qualsiasi squadra di calcio, piccola o grande, vincitrice o derelitta in classifica, di una città da te lontana mille miglia a quella dove sei nato e cresciuto. L’affezione di un bambino – il buon protagonista di questa storia – l’amore calcistico e filiale di un padre, di uno stuolo di parenti, di un’intera borgata di una Roma di tanti anni fa, pure questa tratteggiata in maniera deliziosa dall’Autore. In quella casa, tra quella gente, la squadra della Roma è tutto: l’emozione per la prima bandiera da sventolare, le ore ad ascoltare la radio, gli scudetti che non arrivano e, anzi, la classifica che la devi guardare spesso nella parte destra dei servizi alla tv in bianco e nero. Poi arriva “il brasiliano”, uno degli elementi centrali di questo libro: mai citato per nome, anche se quella “r” al posto “ della “l” come viene subito ribattezzato (e ovviamente la copertina del libro) fa capire che si tratta proprio di “FaRcao”: il bambino protagonista impazzirà per lui, ma soprattutto impazzirà per la vita, quella senza scorciatoie e mezze misure, fatta di tanti universi nell’universo unico e spesso solitario di una partita di calcio, nelle parole poche ma incisive della mamma (a proposito: quante sono le mamme che di calcio apparentemente sanno poco ma che in realtà sanno più di tutti noi messi assieme?), dello strano personaggio chiamato “Barabba”, che al bambino tifoso svelerà la magia del numero 5, quello indossato dal brasiliano (scopro dalle note biografiche che l’Autore è laureato in filosofia, ma nel mio piccolo lo avrei giurato dopo aver letto il libro).

Alla fine della lettura ti accorgi ancora una volta, da innamorato del pallone, che il calcio è proprio questo: una gioia – piccola o grande non importa – che fa rumore. Anche in noi bambini diventati parecchio, forse troppo, grandi.

Ps: come in tanti sanno, non sono tifoso della Roma, anche se da sportivo riconosco che in giallorosso sono passati personaggi con pochi eguali, da Liedolhm a Di Bartolomei, da Dino Viola a Francesco Totti. Anzi, fatti salvi pochi ma deliziosi amici della “magggica”, i tifosi della Roma non riscuotono la gran parte delle mie simpatie, in questo accomunati all’altra squadra cittadina e della regione. Tanto più che spero, ovviamente, che un giorno la seconda o la prima squadra della regione diventi il mio Frosinone. Anche perché al primo anno di serie A la Roma vinse al Matusa solo grazie ad un bel po’ di errori arbitrali, per dire. Però anche quel giorno la gioia fece assai rumore: andare e tornare dallo stadio con amici di Roma e della Roma incantati dal nostro pubblico, da quello stadio piccolo Maracanà dove un certo numero 5 si sarebbe sicuramente trovato come a casa.

Per un’altra strada (e che diventi la nostra)

Quello di Artaban era nome assai vago nella mia memoria, forse riconducibile alle scuole elementari delle brave suore di santa Maria De Mattias, quando il Natale era davvero una festa che durava più giorni e così l’arrivo dei magi, compreso il quarto, ovvero Artaban. Che in realtà non arrivò mai. O forse è davvero arrivato, nel senso che ha comunque compiuto il cammino della vita – e di una vita – che porta al Mistero. Un cammino che racconta da par suo l’amico e collega Mimmo Muolo, vaticanista di Avvenire e già autore di altri fortunati libri, in questo   splendido “Per un’altra strada – La leggenda del Quarto Magio”, un romanzo-regalo da mettere sotto l’albero.

Muolo racconta dunque il viaggio in perenne ritardo di Artaban e le pagine si fanno parabola del viaggio di ognuno di noi, con elementi imprescindibili, narrati sotto una bella scorza evangelica che non fa mai male (e la cui rimozione ci ha portati al mezzo disastro contemporaneo di perdita di tanti Valori, ma questo è un altro discorso…).

Gli elementi che disegnano la traiettoria di questo racconto sono diversi e lasciano il segno attraverso le parole di Muolo, ad iniziare ovviamente dalle figure degli altri tre magi. Come Baldassarre che ad Artaban racconta: <Più avanzo negli anni, più mi convinco che Dio ha creato i fiumi non solo per darci da bere e per irrigare la terra bruciata dal sole, ma anche perché noi li imitassimo. Pure la nostra esistenza scorre tra gli argini delle vite altrui. E s ognuno tenesse la sua acqua per se, il mondo sarebbe finito da tempo>. Quel Baldassarre che in dono recherà mirra e al quale Muolo fa dire ancora: <Tempo verrà in cui l’incenso a lui gradito sarà il profumo della misericordia, l’oro il grido dei poveri da ascoltare e consolare e la vera mirra sarà l’eterno tempio nel corpo di ogni uomo>.

E’ ancora Baldassarre che si volterà più volte, sperando di veder arrivare Artaban, perché tutti siamo attesi lungo una strada che non è altro che l’invito a non perderci più. E Artaban, oramai vecchio anche nel racconto di Muolo, la sua strada la troverà, eccome se la troverà, nelle pagine finali e oltremodo coinvolgenti di questo libro.

C’è poi l‘elemento del “pensare”, che l’Autore tratteggia così: <Un pensiero non lo vedi, non lo tocchi, non ha odore né consistenza, ma alla fine precede ogni azione umana>.

E naturalmente c’è l’elemento dominante del “viaggio”… <e ogni viaggio ha il profumo della meta>, dirà Gaspare che proprio il profumo dell’incenso porterà in dono al Bambino <e per un Dio non c’è regalo più appropriato>.

E poi ancora: Il tempo e il suo senso. Quel senso del tempo che, assieme al valore del corpo e alla simbologia della strada, per Artaban non saranno più elementi astratti <divenendo parte della mia storia e del mio bagaglio di esperienze>. E qui, ancora una volta, prende la voglia matta di diventare Artaban, di ritrovare la stella, di seguirla in tutti i tornanti della vita, compreso quel deserto (e quanti deserti attorno a noi, ma non ancora dentro) che Artaban attraverserà nel rincorrere la Sacra Famiglia, dopo che a Betlemme è arrivato in ritardo. Fino al Golgota, quando Gesù inviterà Artaban a voltarsi per guardare comunque i doni preziosi che, nel cammino, ha saputo dispensare. E davvero sembra che inviti ognuno di noi a fare altrettanto, o almeno a darsi da fare per non sprecare tanti doni nel viaggio della vita.

Mimmo Muolo, Per un’altra strada, Paoline, 2020, pagine 224, euro 16

Il figlio in fuga (ma non da se stesso)

Dico la verità: conoscevo poco o niente Jonas Hassen Khemiri, se non vagamente di nome per una candidatura al Premio Strega Europeo. E invece adesso scopro che è uno dei maggiori scrittori svedesi, ma soprattutto scopro questo “La clausola del padre”, un romanzo (edito da Einaudi, euro 19,50) che prende dalla prima all’ultima delle sue 249 padre, con la traduzione di Katia De Marco.

La clausola del titolo è, per l’appunto, una specie di accordo-contratto che fanno un padre e un figlio, sulla carta solo perché questi darà al padre l’uso di una casa quando, molto di rado, deciderà di tornare in Svezia. Ma in realtà la clausola è quella di un rapporto padre-figlio che cesella le figure di entrambi in maniera davvero “aggraziata”, dal punto di vista letterario, perché poi entrambi hanno caratteri così spigolosi che tutte le loro vite sono semplicemente contorte. E’ la vita di un figlio che è anche un papà, peraltro in congedo, mentre la moglie lavora, con due figli da far crescere, ma sono ancora troppo piccoli perché già intravedano il traguardo con lo striscione “grandi”. E l’accompagnamento a questa crescita è tra le migliori pagine del libro. Così come, ovviamente, il rapporto con il padre, fatto di silenzi che sono più lunghi del poco che si dicono, anche se da dire ci sarebbe tanto. Il figlio poi decide di andar via, come una sorta di ribellione non tanto alla vita ma proprio a quella clausola, che nel frattempo si è estesa dal padre alla compagna. Quella compagna che non ha mai capito cosa lui vuole non solo fare, ma soprattutto “essere”: non uno stanco commercialista dai pochi ma sicuri guadagni, ma tante altre cose, compreso il comico di pochi minuti su un palco di periferia e senza che nessuno rida. Ma lui su quel palco ha comunque trovato il coraggio di salire, così come, per l’appunto, di fuggire, sia pure solo per una notte. Tornerà a casa (non diciamo come e perché proprio per non togliere il gusto della lettura) ma soprattutto tornerà a se stesso. E non è poco.

Il treno di Lecca sui binari (e le acrobazie) della vita

Non è un libro di viaggi, fermo restando che non ho nulla contro questa categoria editoriale, anzi… Eppure “Il treno di cristallo” di Nicola Lecca (Mondadori, euro 18)  ti trasporta davvero in città e Paesi come pochi altri libri di narrativa contemporanea. Ma d’altro canto, Nicola Lecca in questo è maestro: scrittore girovago, anche qui nella migliore accezione del termine, quando prende a narrare di luoghi (e dei luoghi nei luoghi) non ha chi riesca a tenergli testa letteraria, come nel “Ghiacciofuoco” di una dozzina d’anni fa, dove duettava con Laura Pariani: lei in Argentina e lui nella mitica Islanda (circostanza che mi ha fatto avvicinare in maniera definitiva a questo scrittore sardo, innamorato come sono di quella Iceland che mi picco di conoscere benone pur non essendoci mai stato).

Ma veniamo a quest’ultimo libro, che arriva a tre anni di distanza da “I colori dopo il bianco” e a sette da “La piramide del caffè”, autentico bijoux narrativo. Ne “Il treno di cristallo” la storia è quella di Aaron, ragazzo che vive con la giovane e depressa mamma in un paesino della costa inglese. E qui Lecca tratteggia tutto alla perfezione: il nostro protagonista, garzone alla gelateria Morelli; l’amico Gennarino, scugnizzo trapiantato oltre Manica; quella mamma distrutta da una vita che le è passata sopra – o forse solo accanto –  troppo in fretta; Crystal, l’amata di Aaron (amore impossibile, lo scoprirete solo leggendo, ma non per questo vano né vanificato). Un bel giorno, Aaron riceve una lettera da Zagabria : è morto quel padre che non ha mai conosciuto (ed è soprattutto questo il segreto che ha consumato la mamma). Ma laggiù in Croazia c’è un testamento che lo aspetta e Aaron dovrà andare lì su un treno, con tanto di biglietto Interrail, anche questo volontà testamentaria del padre.

Dalle ultime avvisaglie paesaggistiche dell’Inghilterra che già si protende verso la Francia a una “cattiva” Amburgo, da una Praga <che interferisce con la bussola dell’anima> passando per Lubiana, Bratislava e una impronunciabile Szentgotthard, il treno di Lecca ci fa scorrere dal finestrino e dalle fermate tutto un mondo. Che diventa quello di Aaron, tappa dopo tappa; che magari era quello di suo padre, ma che di certo diventa il mondo del lettore, nel frattempo cullato da queste 250 pagine.

Sarebbe bastato, e l’Autore lo dice, comprare un altro biglietto di prima classe perché tutto prendesse un’altra poega: sbagliare treno, insomma, per “sbagliare” la vita. E invece Aaron e la storia di Lecca procedono speditamente sui binari di un treno sì di cristallo, ma anche un po’ d’acciaio, verso un finale tutto da scoprire, con le ultime pagine che volano via. Ma restano i passaggi intermedi (le tappe per l’appunto), quelli più belli e veri del libro.

Come l’incontro – e siamo sempre a Praga – di poche ma intense righe, con un frate domenicano, che gli parla di una città che non è più magica: <Era un luogo dell’essere. Oggi è diventata il regno dell’avere. Con gli occhi, Aaron domanda perché: e il domenicano aggiunge che nessuno più ha voglia di riflettere e di creare. Tutti, invece, desiderano compare e possedere>. Un’altra figura religiosa – e magari non è un caso – farà scoprire ad Aaron altri scompartimenti di questo treno un po’ folle, e spesso mandato magicamente a folle, che è la vita: una giovane suora, al confine con la Slovacchia prima di arrivare a Bratislava, che se non altro lo ascolta e lo invita a fare quello che poi il ragazzo in effetti cercherà di fare: <Chi non si esercita nelle acrobazie della vita, chi non cade, non potrà mai diventare un campione>.

Quel Tempo dei giornali divorati

Non vedevo l’ora che papà si alzasse dalla poltrona del salotto, non tanto per appropriarmi di quello spazio – preferivo le meno prosaiche ma più appartate scale condominiali che portavano al grande terrazzo che sovrastava i tetti degli altri edifici e che noi bambini avevamo eletto a torre di guardia per guerre mai combattute ma sempre vinte  – quanto piuttosto perché quello era il segnale giusto: aveva finito di leggere il giornale, quindi… toccava a me! Ed eccoli, gli immensi fogli de “Il Tempo”, non più intonsi, ma neppure troppo sgualciti, che iniziavo a divorare dalla prima all’ultima pagina, dal primo all’ultimo articolo, senza perderne neppure uno, anche se certi argomenti erano per me astrusi. Era quello il giornale che allora – a conti fatti, siamo a 45 anni fa – entrava in casa. E che ho letto anche io per tanti anni dopo. Allora non ne conoscevo “l’orientamento politico” e neppure mi interessava: mi bastavano (anche se in realtà non mi bastavano mai) gli articoli di cronaca, la terza pagina, gli spettacoli e lo sport, la rubrica del “disco rosso”, il “Così, semplicemente” di padre Rotondi, le recensioni di Rondi, gli editoriali di Gianni Letta (a proposito, qualche giorno fa l’ho incontrato a L’Aquila, l’ho ringraziato per quel periodo e quel giornale e l’ho visto perfino un po’ commosso nel ringraziare lui a me).

Nelle lunghe estati nella casa di campagna di nonna Maria, dietro la cantina era il luogo ideale per nascondermi, con “Il Tempo” (nonna si sobbarcava lunghi tragitti a piedi fino al paese, per la spesa di ogni giorno ma anche per prendere il giornale a quel nipote che rompeva la solitudine di vedova troppo giovane e la faceva ridere con i suoi scherzi) e un manico di scopa: quello era il microfono, e io ero l’inviato di un tg mentre leggevo le cronache del giornale da Paesi lontani.  Forse è lì e allora che ho desiderato fare il giornalista da grande; sicuramente è su quelle pagine che ho imparato i primi ma essenziali rudimenti della professione.

Poi gli anni sono passati. Ed è cambiato “Il Tempo” e sono cambiato anch’io, con i miei gusti editoriali, insieme al mondo dei giornali. Non faccio difficoltà ad ammettere che per un lungo periodo quel giornale non l’ho più riconosciuto, e quindi letto ancora di meno. Ma, al… tempo stesso, mi sono di nuovo un po’ emozionato – ed ecco perché scrivo queste misere righe di ricordi – quando stamane ho appreso delle novità grafiche del Tempo: un giornale che si rifà il vestito, che ne indossa uno nuovo, è perché vuole (ri)uscire tra la gente e fare bella figura.

La copia di oggi ce l’ho qui accanto, la sto compulsando da stamane, e “il nuovo” già si vede, si legge.

E, per quello che conta, faccio i migliori auguri al direttore Franco Bechis (nessuna captatio benevolentiae: ci saremmo visti sì e no un paio di volte e di certo neppure si ricorderà di me) perché questo nuovo vestito possa attrarre tanti lettori… Proprio come quel papà sprofondato nella sua poltrona e quel bambino col manico di scopa come un microfono.

 

Silone, quel grande cristiano (e la speranza di “Severina”)

Sull’Osservatore Romano di oggi – con data venerdì 11 ottobre e reperibile gratis sul sito del giornale della Santa Sede – ecco un articolo dedicato ad Ignazio Silone e da incorniciare, dal titolo “L’avventura di un grande cristiano”, nella rubrica “Incontri”, scritto da Elio Guerriero, uno dei massimi esperti siloniani (la sua biografia “Silone l’inquieto”, edita nel 1990 dalle Paoline, è una delle migliori mai pubblicate). Evidente il gioco di parole con l’avventura del “povero” cristiano e, prendendo spunto da qui e andando ben oltre, Guerriero tratteggia bene proprio la grandezza di Silone, che altri hanno invece colpevolmente sottaciuta anche in questo 30° anno dalla scomparsa.

Amo Silone come pochi altri scrittori, per una di quelle classiche infatuazioni giovanil-letterarie che neppure so spiegare (forse la lettura di un “Fontamara” alle scuole medie?) ma che poi si sono sedimentate. E adoro in particolare il suo scritto forse meno conosciuto, tanto più che, per il sopraggiungere della malattia e poi della morte, Silone lo lasciò incompiuto: “Severina”. E’ stata poi Darina, la moglie di Silone, a pubblicare quel testo che il suo Ignazio sulle prime intitolò “La speranza di suor Severina” e che stava scrivendo in un albergo di Fiuggi.

E ogni volta che vado a Fiuggi, peraltro cittadina a due passi da casa mia, mi fermo davanti ad un albergo dove Silone vergò quelle pagine, e immagino di vederlo lo Scrittore, lì sotto il gazebo e le foglie gialle tutte attorno a fargli da scudo, mentre verga parole e pensieri chino su un tavolo da giardino, un po’ ingobbito su una sedia bianca e gli occhi solo di tanto in tanto sollevati a guardare una vecchia fontana senza pure uno scroscio d’acqua (così come immagino, ogni tanto, di avere capacità da scrittore e di poter un giorno riprendere e finire io “Severina”, che addirittura vedo anche possibile sceneggiare per la tv e corro perfino a immaginare chi possa interpretare quella giovane suora…).

“Severina” è un susseguirsi di pagine memorabili (trovatelo il libro, leggetelo). “Severina” è – per l’appunto – la speranza messa per iscritto. La speranza (Darina commentò che probabilmente in quella figura femminile, peraltro l’unica protagonista della sua produzione, Silone scrisse di sé stesso) di un grande cristiano.

(nella foto, la prima pagina della mia edizione di “Severina”, edizione Mondadori, acquistata a 19 anni, nell’autunno del 1983, e da allora letta centinaia – o migliaia? – di volte).

Sull’isola dei sentimenti

“Tutto sarà perfetto” è un gran bel libro. Il più bello tra quelli di Lorenzo Marone, verrebbe da dire, se però lo scrittore napoletano l’anno scorso non ci avesse già regalato “Un ragazzo normale”, dedicato al povero  Giancarlo Siani.

E allora, detto dell’ex aequo di questi due libri sul podio maroniano, eccoci alla storia di “Tutto sarà normale”, che ti prende pagina dopo pagina, e ti regala l’ebbrezza – che riesce solo ai libri scritti per bene – di farti immedesimare di volta in volta in uno dei personaggi. Prima di tutto in Andrea, protagonista di queste pagine: è un fotografo che ha fin qui attraversato i suoi primi 40 anni di vita con una leggerezza apparente, e che invece scopriremo profondità quando – in maniera abbastanza casuale per uno che non è stato un giovane dai grandi affetti dati e ricevuti  – deve trascorrere alcuni giorni da solo con il padre morente. Ed eccolo allora Libero, questo ex comandante di grandi navi, burbero fino al midollo, ma poi capace di scatti di dolcezza soprattutto verso Andrea: i due mai si sono parlati e “toccati” così tanto come nelle ore che trascorreranno a Procida, isola dell’infanzia. Qui la scrittura di Marone tocca “vette” così alte che neppure sembra di stare… in mezzo al mare. Eppure le pagine di questo libro riescono a far respirare proprio quel mare, quell’isola.

A Procida padre e figlio si racconteranno, e insieme sveleranno, un gran segreto delle loro vite, della loro vita, che ovviamente noi non raccontiamo per non togliere ulteriore piacere al Lettore. Ma soprattutto – questo possiamo dirlo – entrambi ritroveranno la figura di una moglie e madre deliziosa, di quella ragazzina belga innamoratasi del suo principe azzurro arrivato dall’isola italiana, e capace anche lei di custodire qualche segreto, ma sempre percorrendo i sentieri dei sentimenti, che sono poi la strada maestra di questo libero. Poi c’è Marina, la sorella di Andrea, indaffarata (o forse no…) nella sua vita fatta di mille precisioni, ma anche lei alla disperata ricerca di affetti, di sentimenti, lei che quel padre lo ha avuto sempre vicino e che pure lo scoprirà ancora più vicino quando Andrea lo porterà lontano da lei, a Procida (detto per inciso: ogni scrittore che sa raccontare un’isola è mille miglia avanti gli altri).

Volutamente abbiamo lasciato un po’ di fumosità attorno alla trama, perché probabilmente ogni Lettore ne traccerà una diversa, rispecchiandosi in una parte o nell’altra del libro, oltre che dei vari personaggi. Anche per questo – per scommettere su una lettura diversa, mai banale – vale la pena di spendere i 16,50 euro di “Tutto sarà perfetto”. E di aspettare – non al varco, ci mancherebbe, ma in trepida attesa di un’altra porzione di gustosa lettura – il prossimo libro di Lorenzo Marone (che, detto per inciso, benché venda e abbia una discreta visibilità, meriterebbe ben altra “fortuna” da parte del grande pubblico e sulle scene editoriali).

La quiete dopo la nostalgia di certe nostre estati

Se amate il surf, questo libro è il migliore in circolazione (ammesso che ne esistano altri di romanzi con il surf al centro); se – come il sottoscritto – di surf non sapete un accidenti, e tutto sommato non vi appassiona neppure il recuperare i decenni perduti in materia, e però amate i libri di un certo livello, allora questo “Molto mossi gli altri mari”, di Francesco Longo (edito da Bollati Boringhieri) è imperdibile. Perché il livello di scrittura è veramente alto e cavalcherete l’onda di questa storia (a ridaje col surf…) con un piacere crescente, e da una buona metà in poi delle 176 pagine non vedrete l’ora di andare alla pagina successiva per seguire il dipanarsi dei personaggi. Che poi sono essenzialmente due, con un bel contorno di amici: Michele, il ragazzo che vive tutte le stagioni a Santa Virginia, la baia ideale per fare surf, e Micol, la bellissima ragazza che invece piomba solo in estate dalla grande città in cui abita. E neppure tutte le estati, riempiendo quindi la vita di Michele di un filo sottile di nostalgia, di una malinconia struggente che Longo (già apprezzato scrittore di un reportage sulle e dalle isole Eolie, pubblicato nella “Contromano” di Laterza) scrive e trasmette al lettore, mentre sulla baia di Santa Virginia sta per abbattersi una tempesta senza precedenti.

Qui il gioco di parole può sembrare facile, ma davvero quella di Michele e Micol è (anche) una tempesta di sentimenti, di detto e non detto, di avvicinamenti di corpi e anime sempre destinati a rimanere però un po’ distanti.

Le estati di Michele e Micol – e dei loro amici, bravi nel surf e un po’ meno con i sentimenti – riproiettano il lettore al tempo magico di chissà quante stagioni fa. Perché ognuno di noi – a Terracina come a Forte dei Marmi o a Gallipoli – avrà di sicuro vissuto una, due o dieci estati così: a fare il filo a una ragazza senza che questa neppure se ne accorgesse, a sperare di incontrare almeno lo sguardo (ma spesso era solo il fumo della Vespa) di quel ragazzo.

Il tempo, così facendo, ha giocato con noi, c’è poco da fare. E ha pure vinto. E Francesco Longo ha la capacità, pagina dopo pagina, di ricordarcela tutta questa verità. Soprattutto nel finale ad effetto (e che ovviamente non sveleremo).

Assieme alla nostalgia, c’è anche il rimpianto (o magari sono la stessa cosa?) di quello che avrebbe potuto essere di una stagione della vita, e di tutte le altre. Perché Michele da Santa Virginia non andrà mai via, perché Micol forse ne capirà la ragione, ma i due non si incontreranno mai del tutto. E allora, la nostalgia o il rimpianto o come volete chiamare quel “sentimento” che ci fa star male e che pure cerchiamo con insistenza, trovano asilo in queste pagine. Come solo in un bel libro può succedere.