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Quella voce che ricorda Bonaviri…

Oggi sul quotidiano Avvenire, nelle sempre interessanti pagine di “Agorà” che al venerdì divengono un vero e proprio inserto, Fulvio Panzeri – uno dei più attenti critici letterari italiani – recensisce da par suo “Io sono Gesù” (Selerio), il nuovo libro di Giosuè Calaciura, giornalista e scrittore la cui calda e competente voce accompagna tanti nostri pomeriggi con la trasmissione radiofonica “Fahrenheit” su Radio Tre.

Al termine della recensione, Panzeri fa un bel rimando al “nostro” (siciliano, ma d’adozione ciociaro di Frosinone) Giuseppe Bonaviri… Ps: il libro di Calaciura non vedo l’ora di leggerlo; sule scelte di “Fahrenheit” non sempre sono d’accordo, ma avercene di spazi come questo…

Scrittore da Oscar (perché i libri danno la felicità)

Nicola Lecca è uno degli scrittori italiani contemporanei più bravi e soprattutto più “leggibili” (e le due cose ovviamente si fondono): una pagina tira via l’altra e, arrivato all’ultima, vorresti che questa “finitudine” non fosse mai tale. Ha scritto libri deliziosi, come l’ultimo “Il treno di cristallo” o gli altrettanti superbi “Hotel Borg”, “Ghiacciofuoco”, “I colori dopo il bianco” e “La piramide del caffè”.

A proposito: adesso “La piramide” arriva negli Oscar Mondadori, a otto anni dalla pubblicazione: un altro bel traguardo per Lecca. E quindi, se nel 2013 ve lo siete malauguratamente perduto, ecco che avete l’occasione di rifarvi di una piacevole lettura, di una storia appassionante, tra Londra e l’Ungheria. Già, perché un’altra cifra dello Scrittore è quella di essere un sardo prestato al mondo: l’Islanda, Vienna, Barcellona, l’Austria e Venezia. E il piacere del viaggio – mai imprudentemente fine a se stesso – lo ritroverete anche ne “La piramide del caffè”. Il viaggio che si fa scrittura e poi lettura, quel viaggio che sa andare controcorrente, che rimette a posto le cose, gli ormeggi e le scialuppe della vita perché, come diceva Seneca, in realtà “non esiste vento favorevole per le barche alla deriva” (queste parole Morgan, uno dei protagonisti del libro che non a caso fa il libraio, se le era appuntate da ragazzino e poi l’hanno aiutato nella ricerca della felicità).

No, questa non è satira (ma cosa siamo diventati?)

Quella che vedete è una vignetta che appare sulla prima pagina del “Fatto quotidiano” di oggi, con l’invito – neppure tanto sottinteso – a sputare su Renzi. I miei 2 o 3 amici sanno che non ho particolare simpatia politica per Renzi, ma il rispetto umano è un’altra cosa, così come il rispetto dovuto a chi in questo leader e nelle sue idee crede. Se invitiamo a sputare su qualcuno, temo che non ne usciremo mai e, anzi, diventeremo ancora più cattivi di quello che già siamo diventati. Tra l’altro, questo “invito” arriva da un giornale vicino a un movimento politico che purtroppo (e lo dico sinceramente per tanti amici che pure ci hanno creduto) sta esasperando questo tutti contro tutti. Io ovviamente non posso dar lezioni ad alcuno, figuriamoci, tanto meno di giornalismo. Però mi auguro che al Fatto (che qualcosa di nuovo e positivo ha portato al giornalismo italiano, come il mio ottimo ex direttore Guido Paglia mi ha fatto capire) prendano le distanze da questa vignetta. Non posso credere che grandi Giornalisti come Furio Colombo avallino questa pubblicazione.

La gioia di noi tifosi fa sempre rumore

Questo “La gioia fa parecchio rumore” di Sandro Bonvissuto (Einaudi) è un libro che parla di Roma, intesa come squadra di calcio. Ma non è un libro di calcio e/o sul calcio, piuttosto è un libro sulla vita, reale e irreale (che spesso sono la stessa cosa, faccia di un’unica medaglia), e siccome il calcio fa parte della vita… Ma soprattutto questo è un bel libro, che si legge con una facilità straordinaria, come una bella manovra orchestrata da difesa, centrocampo e attacco, fino al “gol” del finale, pagina dopo pagina, azione dopo azione. E’ uno dei libri più belli che mi sia capitato di leggere in questa stagione da rinchiusi dentro casa, in una “stagione” calcistica (oramai due) in verità appannata, senza i rumori e gli odori dello stadio. Ma un bel po’ hanno provveduto queste pagine di Bonvissuto a restituirmeli.

Il libro è “profondo”, nel senso migliore del termine, e dunque – di converso – niente affatto banale, alla faccia di tutti quelli che accostano il football alla banalità e reputano banali (e quindi anche sfaccendati o scansafatiche) i tifosi di calcio.

Queste pagine sono la storia di un tifo assai particolare, quello per la Roma: particolare come lo è l’affezione per qualsiasi squadra di calcio, piccola o grande, vincitrice o derelitta in classifica, di una città da te lontana mille miglia a quella dove sei nato e cresciuto. L’affezione di un bambino – il buon protagonista di questa storia – l’amore calcistico e filiale di un padre, di uno stuolo di parenti, di un’intera borgata di una Roma di tanti anni fa, pure questa tratteggiata in maniera deliziosa dall’Autore. In quella casa, tra quella gente, la squadra della Roma è tutto: l’emozione per la prima bandiera da sventolare, le ore ad ascoltare la radio, gli scudetti che non arrivano e, anzi, la classifica che la devi guardare spesso nella parte destra dei servizi alla tv in bianco e nero. Poi arriva “il brasiliano”, uno degli elementi centrali di questo libro: mai citato per nome, anche se quella “r” al posto “ della “l” come viene subito ribattezzato (e ovviamente la copertina del libro) fa capire che si tratta proprio di “FaRcao”: il bambino protagonista impazzirà per lui, ma soprattutto impazzirà per la vita, quella senza scorciatoie e mezze misure, fatta di tanti universi nell’universo unico e spesso solitario di una partita di calcio, nelle parole poche ma incisive della mamma (a proposito: quante sono le mamme che di calcio apparentemente sanno poco ma che in realtà sanno più di tutti noi messi assieme?), dello strano personaggio chiamato “Barabba”, che al bambino tifoso svelerà la magia del numero 5, quello indossato dal brasiliano (scopro dalle note biografiche che l’Autore è laureato in filosofia, ma nel mio piccolo lo avrei giurato dopo aver letto il libro).

Alla fine della lettura ti accorgi ancora una volta, da innamorato del pallone, che il calcio è proprio questo: una gioia – piccola o grande non importa – che fa rumore. Anche in noi bambini diventati parecchio, forse troppo, grandi.

Ps: come in tanti sanno, non sono tifoso della Roma, anche se da sportivo riconosco che in giallorosso sono passati personaggi con pochi eguali, da Liedolhm a Di Bartolomei, da Dino Viola a Francesco Totti. Anzi, fatti salvi pochi ma deliziosi amici della “magggica”, i tifosi della Roma non riscuotono la gran parte delle mie simpatie, in questo accomunati all’altra squadra cittadina e della regione. Tanto più che spero, ovviamente, che un giorno la seconda o la prima squadra della regione diventi il mio Frosinone. Anche perché al primo anno di serie A la Roma vinse al Matusa solo grazie ad un bel po’ di errori arbitrali, per dire. Però anche quel giorno la gioia fece assai rumore: andare e tornare dallo stadio con amici di Roma e della Roma incantati dal nostro pubblico, da quello stadio piccolo Maracanà dove un certo numero 5 si sarebbe sicuramente trovato come a casa.

Per un’altra strada (e che diventi la nostra)

Quello di Artaban era nome assai vago nella mia memoria, forse riconducibile alle scuole elementari delle brave suore di santa Maria De Mattias, quando il Natale era davvero una festa che durava più giorni e così l’arrivo dei magi, compreso il quarto, ovvero Artaban. Che in realtà non arrivò mai. O forse è davvero arrivato, nel senso che ha comunque compiuto il cammino della vita – e di una vita – che porta al Mistero. Un cammino che racconta da par suo l’amico e collega Mimmo Muolo, vaticanista di Avvenire e già autore di altri fortunati libri, in questo   splendido “Per un’altra strada – La leggenda del Quarto Magio”, un romanzo-regalo da mettere sotto l’albero.

Muolo racconta dunque il viaggio in perenne ritardo di Artaban e le pagine si fanno parabola del viaggio di ognuno di noi, con elementi imprescindibili, narrati sotto una bella scorza evangelica che non fa mai male (e la cui rimozione ci ha portati al mezzo disastro contemporaneo di perdita di tanti Valori, ma questo è un altro discorso…).

Gli elementi che disegnano la traiettoria di questo racconto sono diversi e lasciano il segno attraverso le parole di Muolo, ad iniziare ovviamente dalle figure degli altri tre magi. Come Baldassarre che ad Artaban racconta: <Più avanzo negli anni, più mi convinco che Dio ha creato i fiumi non solo per darci da bere e per irrigare la terra bruciata dal sole, ma anche perché noi li imitassimo. Pure la nostra esistenza scorre tra gli argini delle vite altrui. E s ognuno tenesse la sua acqua per se, il mondo sarebbe finito da tempo>. Quel Baldassarre che in dono recherà mirra e al quale Muolo fa dire ancora: <Tempo verrà in cui l’incenso a lui gradito sarà il profumo della misericordia, l’oro il grido dei poveri da ascoltare e consolare e la vera mirra sarà l’eterno tempio nel corpo di ogni uomo>.

E’ ancora Baldassarre che si volterà più volte, sperando di veder arrivare Artaban, perché tutti siamo attesi lungo una strada che non è altro che l’invito a non perderci più. E Artaban, oramai vecchio anche nel racconto di Muolo, la sua strada la troverà, eccome se la troverà, nelle pagine finali e oltremodo coinvolgenti di questo libro.

C’è poi l‘elemento del “pensare”, che l’Autore tratteggia così: <Un pensiero non lo vedi, non lo tocchi, non ha odore né consistenza, ma alla fine precede ogni azione umana>.

E naturalmente c’è l’elemento dominante del “viaggio”… <e ogni viaggio ha il profumo della meta>, dirà Gaspare che proprio il profumo dell’incenso porterà in dono al Bambino <e per un Dio non c’è regalo più appropriato>.

E poi ancora: Il tempo e il suo senso. Quel senso del tempo che, assieme al valore del corpo e alla simbologia della strada, per Artaban non saranno più elementi astratti <divenendo parte della mia storia e del mio bagaglio di esperienze>. E qui, ancora una volta, prende la voglia matta di diventare Artaban, di ritrovare la stella, di seguirla in tutti i tornanti della vita, compreso quel deserto (e quanti deserti attorno a noi, ma non ancora dentro) che Artaban attraverserà nel rincorrere la Sacra Famiglia, dopo che a Betlemme è arrivato in ritardo. Fino al Golgota, quando Gesù inviterà Artaban a voltarsi per guardare comunque i doni preziosi che, nel cammino, ha saputo dispensare. E davvero sembra che inviti ognuno di noi a fare altrettanto, o almeno a darsi da fare per non sprecare tanti doni nel viaggio della vita.

Mimmo Muolo, Per un’altra strada, Paoline, 2020, pagine 224, euro 16

Il figlio in fuga (ma non da se stesso)

Dico la verità: conoscevo poco o niente Jonas Hassen Khemiri, se non vagamente di nome per una candidatura al Premio Strega Europeo. E invece adesso scopro che è uno dei maggiori scrittori svedesi, ma soprattutto scopro questo “La clausola del padre”, un romanzo (edito da Einaudi, euro 19,50) che prende dalla prima all’ultima delle sue 249 padre, con la traduzione di Katia De Marco.

La clausola del titolo è, per l’appunto, una specie di accordo-contratto che fanno un padre e un figlio, sulla carta solo perché questi darà al padre l’uso di una casa quando, molto di rado, deciderà di tornare in Svezia. Ma in realtà la clausola è quella di un rapporto padre-figlio che cesella le figure di entrambi in maniera davvero “aggraziata”, dal punto di vista letterario, perché poi entrambi hanno caratteri così spigolosi che tutte le loro vite sono semplicemente contorte. E’ la vita di un figlio che è anche un papà, peraltro in congedo, mentre la moglie lavora, con due figli da far crescere, ma sono ancora troppo piccoli perché già intravedano il traguardo con lo striscione “grandi”. E l’accompagnamento a questa crescita è tra le migliori pagine del libro. Così come, ovviamente, il rapporto con il padre, fatto di silenzi che sono più lunghi del poco che si dicono, anche se da dire ci sarebbe tanto. Il figlio poi decide di andar via, come una sorta di ribellione non tanto alla vita ma proprio a quella clausola, che nel frattempo si è estesa dal padre alla compagna. Quella compagna che non ha mai capito cosa lui vuole non solo fare, ma soprattutto “essere”: non uno stanco commercialista dai pochi ma sicuri guadagni, ma tante altre cose, compreso il comico di pochi minuti su un palco di periferia e senza che nessuno rida. Ma lui su quel palco ha comunque trovato il coraggio di salire, così come, per l’appunto, di fuggire, sia pure solo per una notte. Tornerà a casa (non diciamo come e perché proprio per non togliere il gusto della lettura) ma soprattutto tornerà a se stesso. E non è poco.

Il treno di Lecca sui binari (e le acrobazie) della vita

Non è un libro di viaggi, fermo restando che non ho nulla contro questa categoria editoriale, anzi… Eppure “Il treno di cristallo” di Nicola Lecca (Mondadori, euro 18)  ti trasporta davvero in città e Paesi come pochi altri libri di narrativa contemporanea. Ma d’altro canto, Nicola Lecca in questo è maestro: scrittore girovago, anche qui nella migliore accezione del termine, quando prende a narrare di luoghi (e dei luoghi nei luoghi) non ha chi riesca a tenergli testa letteraria, come nel “Ghiacciofuoco” di una dozzina d’anni fa, dove duettava con Laura Pariani: lei in Argentina e lui nella mitica Islanda (circostanza che mi ha fatto avvicinare in maniera definitiva a questo scrittore sardo, innamorato come sono di quella Iceland che mi picco di conoscere benone pur non essendoci mai stato).

Ma veniamo a quest’ultimo libro, che arriva a tre anni di distanza da “I colori dopo il bianco” e a sette da “La piramide del caffè”, autentico bijoux narrativo. Ne “Il treno di cristallo” la storia è quella di Aaron, ragazzo che vive con la giovane e depressa mamma in un paesino della costa inglese. E qui Lecca tratteggia tutto alla perfezione: il nostro protagonista, garzone alla gelateria Morelli; l’amico Gennarino, scugnizzo trapiantato oltre Manica; quella mamma distrutta da una vita che le è passata sopra – o forse solo accanto –  troppo in fretta; Crystal, l’amata di Aaron (amore impossibile, lo scoprirete solo leggendo, ma non per questo vano né vanificato). Un bel giorno, Aaron riceve una lettera da Zagabria : è morto quel padre che non ha mai conosciuto (ed è soprattutto questo il segreto che ha consumato la mamma). Ma laggiù in Croazia c’è un testamento che lo aspetta e Aaron dovrà andare lì su un treno, con tanto di biglietto Interrail, anche questo volontà testamentaria del padre.

Dalle ultime avvisaglie paesaggistiche dell’Inghilterra che già si protende verso la Francia a una “cattiva” Amburgo, da una Praga <che interferisce con la bussola dell’anima> passando per Lubiana, Bratislava e una impronunciabile Szentgotthard, il treno di Lecca ci fa scorrere dal finestrino e dalle fermate tutto un mondo. Che diventa quello di Aaron, tappa dopo tappa; che magari era quello di suo padre, ma che di certo diventa il mondo del lettore, nel frattempo cullato da queste 250 pagine.

Sarebbe bastato, e l’Autore lo dice, comprare un altro biglietto di prima classe perché tutto prendesse un’altra poega: sbagliare treno, insomma, per “sbagliare” la vita. E invece Aaron e la storia di Lecca procedono speditamente sui binari di un treno sì di cristallo, ma anche un po’ d’acciaio, verso un finale tutto da scoprire, con le ultime pagine che volano via. Ma restano i passaggi intermedi (le tappe per l’appunto), quelli più belli e veri del libro.

Come l’incontro – e siamo sempre a Praga – di poche ma intense righe, con un frate domenicano, che gli parla di una città che non è più magica: <Era un luogo dell’essere. Oggi è diventata il regno dell’avere. Con gli occhi, Aaron domanda perché: e il domenicano aggiunge che nessuno più ha voglia di riflettere e di creare. Tutti, invece, desiderano compare e possedere>. Un’altra figura religiosa – e magari non è un caso – farà scoprire ad Aaron altri scompartimenti di questo treno un po’ folle, e spesso mandato magicamente a folle, che è la vita: una giovane suora, al confine con la Slovacchia prima di arrivare a Bratislava, che se non altro lo ascolta e lo invita a fare quello che poi il ragazzo in effetti cercherà di fare: <Chi non si esercita nelle acrobazie della vita, chi non cade, non potrà mai diventare un campione>.