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Missione, casa nostra

L’editoriale del numero di marzo 2019 di “Anagni-Alatri Uno”, mensile della diocesi.

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Una Chiesa o è missionaria o non è. Non ricordo l’autore di una tale affermazione, molto perentoria ma, forse, neppure esatta fino in fondo, perché una Chiesa – intesa come comunità di credenti – è tante altre “cose”. E tutte insieme, con un valore mai disgiunto dall’altro. Ma senza dubbio la missionarietà è centrale in ogni impegno di fede. E allora la nostra Chiesa di Anagni-Alatri è davvero “al centro”, come dimostra quanto accaduto pochi giorni fa in Etiopia, con la benedizione di una chiesa dedicata alla Santissima Trinità, laddove presta servizio pastorale don Peppe Ghirelli, sacerdote fidei donum di questa diocesi, inviato tra i fratelli d’Africa. In quella terra tra le più povere della povera Etiopia, don Alberto Ponzi, don Francesco Frusone e don Pierluigi Nardi (come raccontiamo da pagina 4) non hanno portato solo una bella maiolica con l’immagine della Trinità, ma tutta la vicinanza di questa Chiesa di Anagni-Alatri, che proseguirà anche al ritorno in Italia, tra qualche mese, di don Peppe, e che trova un’altra pratica vicinanza destinando a quella Chiesa le offerte della nostra Quaresima di carità.

Una Quaresima, come sottolinea il vescovo Lorenzo Loppa nella lettera ai fedeli che pubblichiamo alle pagine 2 e 3, che deve essere <segno sacramentale della nostra conversione>, perché <ci aiuti a “fare Pasqua”, a restituire piena luce al nostro volto e al nostro cuore. Cosicché potremo coinvolgere tutta la creazione a uscire “dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria da figli di Dio. Dal “travaglio” e dalla Pasqua del nostro cuore alla Pasqua di tutto il creato. Gli elementi di questo catecumenato spirituale, che fa brillare di più la nostra responsabilità di battezzati e trasfigura la nostra esistenza, sono: il digiuno, la preghiera e l’elemosina>.

Ecco dunque l’ulteriore invito per prepararci al meglio a questa Pasqua: arrivare all’elemosina – e dunque alla carità che è una delle più grandi espressioni della missionarietà – passando anche attraverso <il digiuno, per provare – ricorda ancora il vescovo Loppa – la fame di Dio in solidarietà con gli altri e per superare la tentazione di “divorare” tutto cedendo ai propri appetiti>. E attraverso <la preghiera, per imparare il mondo secondo Dio, rinunciando al nostro io per crescere nella coscienza di figli e figlie, fratelli e sorelle>.

Cercasi laici

Sono sempre di meno quelli che animano le comunità. Stanchezza e problemi quotidiani prevalgono, ma il loro ruolo è indispensabile nella Chiesa. E allora serve ripartire

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Inutile negarlo, nascondersi dietro un dito o – peggio – far finta di niente: c’è un po’ di stanchezza in quei laici che danno una mano, e a volte anche tutte e due, nelle “cose di Chiesa”. La fotografia che possiamo scattare anche nelle nostre comunità non lascia grossi dubbi: nelle parrocchie sono sempre di meno i laici che si danno da fare e affiancano i sacerdoti nelle varie incombenze pastorali. Tanti servizi oramai non vengono più prestati, diverse attività sono ridotte al lumicino se non addirittura scomparse perché non c’è più chi le anima. Anche quelle più comuni fanno fatica. Due esempi su tutti: i catechisti sono sempre di meno, i volontari delle Caritas parrocchiali pure. Chi scrive ha approfondito il discorso con diversi sacerdoti, che hanno il polso della situazione, e la sintesi è una sola: la gente ha tanti problemi – familiari, di salute ma soprattutto economici – e ha sempre meno tempo per “le cose di Chiesa”. Il tutto si riflette anche tra associazioni e movimenti e neppure qui si riesce a trovare forze come una volta. Certo, non tutto è da buttare e, così come non sono tollerabili infingimenti, neppure va drammatizzata la situazione. Però serve parlarne, rifletterci su, analizzare il fenomeno e, senza la presunzione di servire ricette, offrire qualche soluzione.

D’altro canto, i laici hanno identità e missione ben precise all’interno della Chiesa.

Dal Concilio Vaticano II in poi, si è sviluppato un interessante dibattito sul ruolo dei laici nella Chiesa, qualcuno ha parlato anche di “teologia del laicato”, e i toni positivi hanno prevalso su quelli fuorvianti: raramente la corresponsabilità è stata intesa come un’invasione di campo o, di converso, come una messa ai margini. Sempre più si fa strada il concetto del laico come “cristiano testimone”. E allora potrebbe essere questo un punto di ri-partenza: dare testimonianza come si può, anche se la stanchezza è tanta, se è difficile arrivare alla fine del mese, se prepari il pacco per i poveri e pensi che stai per diventarlo anche tu. E cercare l’aiuto della comunità, senza isolarsi né isolare. Guardando ai santi – primi testimoni – capaci di ridestarci il significato che forse stiamo smarrendo. Giovanni Paolo II, a proposito di santi, nella Lumen Gentium parlava di “vocazione” all’essere laici, con lo scopo di “cercare il Regno di Dio, trattando le cose temporali ed ordinandole secondo Dio”.

La Vita sulla scena

Un Artista – un Uomo – che porta in scena anche figure come quella di don Tonino Bello. O che pensa ad un film sulla vita di don Ernest Simoni, per 30 anni martirizzato dal regime comunista albanese.

Ecco Sebastiano Somma, che questa settimana intervisto per “Credere”.